Tre voci per Marina

Presso il Museo Civico di Sansepolcro, il giorno 15 aprile 2018 si è tenuto un incontro con Caterina Casini, Beatrice Visibelli e Gloria Sapio a proposito del loro spettacolo “The Artisti is in present”, incentrato sulla figura di Marina Abramović e dedicato alla sua omonima performance. Le tre donne, rispettivamente le direttrici artistiche delle residenze di Sansepolcro, Firenze e Arsoli, hanno esposto in primis il loro “punto d’unione”, ossia il fatto che nelle loro produzioni precedenti affrontavano tutte il tema dell’arte in vari modi; in secondo luogo, hanno presentato il loro modo di lavorare insieme, e la scelta di parlare di un’attrice contemporanea e ancora in vita, a differenza di altre rappresentazioni.
Marina è un’artista serba esponente della performance art, un movimento che si colloca tra arte e teatro: è un’attività artistica in cui elementi essenziali sono il coinvolgimento dello spettatore (talvolta anche fisico), e l’evento diventa esso stesso opera d’arte (un dialogo, un’azione…).
La Abramović ha rivoluzionato il mondo della performance art; attiva dagli anni Sessanta e celebre per le performance profonde che “esplorano” i tratti più oscuri dell’animo umano. Marina si è fatta strada in questo mondo grazie ad alcune opere nelle quali ha rischiato la vita per le violenze che l’artista si auto-infliggeva o si faceva infliggere.
Una delle più importanti performance di Marina è quella svoltasi al MOMA di New York nel 2010, che consisteva nel mettersi per 7 ore al centro di una stanza e guardare negli occhi le persone che man mano si succedevano di fronte a lei, dalle quali era divisa solamente da un tavolo: nessuna barriera né tra l’artista e le persone, né tra le persone e le loro coscienze. È proprio a questo evento che si ispira e rifà l’azione performativa andata in scena la sera stessa dell’incontro presso il Teatro alla Misericordia, che era in realtà una sorta di performance che riproduceva quella sperimentata a New York.
Le tre attrici affermano di aver trovato quest’esperienza molto piacevole ed entusiasmante, e, successivamente, durante la conferenza, sono state poste loro alcune domande le cui risposte sono state illuminanti:

Stefano: Qual è la linea sottile che separa la performance art dagli spettacoli teatrali?

Caterina: Per rispondere a questa domanda, possiamo raccontare cosa ci è successo: facendo un omaggio a quest’artista e lavorando sul suo libro ci siamo rese conto dell’essenzialità necessaria per questo lavoro, un’essenzialità che porta ad un rapporto diretto con il pubblico, immediato e, seguendo i meccanismi di Marina, abbiamo cercato di riproporlo. Possiamo dire che dietro c’era una metodologia e forse avevamo bisogno di ricercare quell’essenzialità. Questa necessità si ripete nelle piccolissime scelte che sono minimali ma che portano al risultato, e quello che facciamo noi è su una linea di confine tra teatro e performance art.

Beatrice: Per quanto mi riguarda, io non ero mai entrata nel vero mondo della performance, credo di essere partita dicendo: “non mi appartiene, non lo so fare, non mi piace”. L’inizio è stata una semplice lettura, ma la differenza che io sento e potrei sentire è che una performance è ancora più di una replica di uno spettacolo, è come se fosse perennemente una prova aperta, ha bisogno veramente di esistere.
Io l’ho capito facendo questo viaggio, ma ovviamente Marina aveva una percezione più forte, in quanto artista ideatrice.

Stefano: Per l’appunto volevo leggere un estratto del libro di Marina che dice:
“La performance è quando io entro di fronte al pubblico in uno specifico tempo e in uno specifico luogo, ed è tutto basato sulla capacità di interagire: è molto importante che sia presente un pubblico, e non potrei fare altrimenti, perche l’energia viene direttamente dal pubblico, e attraverso me che la filtro la faccio ritornare al pubblico. Più il pubblico è attivo, più sarà riuscita la performance; non è solo una questione di emozioni. Ogni professione ha il suo strumento, per me la performance è un modo per confrontarmi con il mondo presente.”
Riprendendo da artisti presenti lei si pone in contatto con la persona che ha davanti e questa energia che trasmette voi come la usate durante la vostra performance?

Caterina: Questa energia per noi è immediata e fortissima: le parole di Marina che abbiamo scelto sono di un’estrema semplicità, vere e senza narcisismo descrivono le cose che lei fa non per essere guardata, ma perché ha necessità di fare quell’azione, e si preoccupa solo di farla nel modo in cui deve essere fatta . Anche le sue parole sono così, quindi si provoca questa cosa, questo contatto tra lei e le persone, perché c’è questa direzione così precisa e diretta.

Stefano: In questo libro ci sono alcune domande riguardanti la performance al MOMA : quando le viene chiesto come fa a stare davanti a così tante persone senza muoversi, lei risponde che si trova in una situazione particolare perché c’è come una triplice osservazione fino a che la situazione si capovolge e cominci a guardare te stesso, fino a quando diventi “solo una scintilla, uno specchio.” Le persone parlano con la propria coscienza e se piangono lo fanno per loro stessi perché è un momento emozionante.

Beatrice: Queste sono anche le cose che abbiamo cercato di inserire perché è un modo per incontrarla, poi consiglio di leggere il suo libro anche se non si è interessati all’arte contemporanea perché è una biografia che parla del suo percorso di vita particolare.

Gloria: La cosa che ho ritrovato, come diceva Caterina, è l’essenzialità, in un’azione che è finalmente limitativa come il guardarsi negli occhi; al MOMA però è successa una cosa importante, perché lei ha sempre fatto performance sempre più spinte con delle diverse sensibilità.

Caterina: Qualsiasi artista che così sia e che così si chiami ha cura nel togliere, non nell’aggiungere: ci deve essere uno spettro di tantissime cose, e poi, piano piano, queste cose devono diventare la cosa; per capire qual è il punto centrale dobbiamo fare questo lavoro, che è il lavoro dell’artista, quello di saper riconoscere ciò che è superfluo, questo è fondamentale. Bisogna camminare anche nell’oscurità, sentire che si sta procedendo; è indispensabile procedere senza attaccarsi a delle cose che magari fanno sentire un po’ meglio . Lei ha centrato in pieno senza possibilità di scampo il suo tema, ma in realtà quello che comunica è che nel fare questo si fa un percorso dentro se stessi.

 

Stefano: Infatti il libro dice che Marina si dà un tempo, un termine, decidendo di fare la performance per 10 ore. “E’ un percorso che devo fare, fondato sulla concentrazione e sull’essere di quel momento”. “Anche se senti il dolore, e la paura del dolore, devi trovare un percorso di preparazione che però non ti faccia dire che non riuscirai a farcela dopo 10 ore.”

Caterina: Un altro concetto fondamentale a cui lei ci porta è il presente, ci porta a capire che le scelte, attimo per attimo, determineranno ciò che verrà dopo, se sei “presentissimo nel presente”: questa è la sua contemporaneità, ci mostra che il mondo è realmente così, e che se ti lanci in una scelta così feroce che ti permette di indagare su cosa stai facendo, nel secondo dopo, quello che sta accadendo è sempre nel presente, e questo è fantastico.

Gloria: Tornando alla prima domanda, io non sono convinta che noi facciamo una performance: è una cosa che sta in mezzo, perché noi usiamo delle parole e tendiamo a fare la performance diretta a chi la vive. Il teatro ha anche un lato amoroso grazie al quale ci raccontiamo perché ognuno di noi possa custodire l’esperienza dell’altro. L’ultima performance dell’ Abramović è molto più legata alla necessità che la persona ci sia davvero, nelle altre un po’ meno.

Beatrice: Nell’ultima lei si mette veramente in relazione quindi già si avvicina al teatro. La performance secondo me è molto più vicina a qualcosa che dà che non ad una possibilità di infinito. Non è che nel teatro si finga, si simulano delle situazioni, situazioni che magari emotivamente sono molto forti. Mentre nella performance quello che accade, accade.

 

Piero: Sono anche linguaggi diversi, il performer non comunica allo stesso modo di un attore teatrale. Prendiamo ad esempio un funambolo che fa la traversata tra le torri gemelle: provi tensione, io stavo con i capelli ritti tutto il tempo. Indubbiamente c’è questo gioco, questo flirtare con la morte e quindi sei molto coinvolto emotivamente. Però mi è capitato di vedere delle cose a teatro che mi hanno fatto impazzire, sono solo linguaggi diversi, a volte vedi un quadro di fronte al quale ti capita di provare un’emozione enorme.

Gloria: La vera differenza tra teatro e performance è che nel teatro c’è l’ artista, c’è il prodotto e il pubblico. Nella performance non è così: non c’è prodotto d’arte poiché il prodotto d’ arte è l’artista. Quindi è una cosa completamente diversa.

 

 

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